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Le tavole

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MEDIOEVO:  LE TAVOLE
da una ricerca di Dario de Toffoli

LE TAVOLE

La traduzione dice genericamente “tavolieri”, ma il significato in realtà è un altro; i cavalieri giocano “as tables”, cioè “alle tavole”, praticano insomma la versione medievale del Backgammon. E sono proprio i cavalieri a praticarlo, non i giovani e scalpitanti baccellieri che si allenano con le armi, né i più saggi e i più vecchi, che preferiscono gli Scacchi.
Spesso nel Medioevo gli Scacchi e le Tavole sono nominati insieme, in generale riconoscendo ai primi una sorta di supremazia culturale, ma anche alle seconde la loro specifica dignità e il diritto quindi di essere in qualche modo accomunate ai “nobili” Scacchi.

Il Medioevo fu l’età delle “Tavole” (o Tablas o Tables), termine che deriva dal latino Tabulae. Veniva usato per indicare sia il tavoliere con le ventiquattro punte sia i numerosi giochi che vi si praticavano, sia i quattro settori nei quali era diviso il tavoliere, sia le pedine stesse.
Dunque nel Medioevo si giocava alle Tavole o, meglio, venivano praticati vari giochi sulle “tavole”, cioè sul tavoliere con le ventiquattro posizioni, o frecce, o punte.
Alcuni di questi giochi prevedevano l’uso di tre dadi, indizio chiaro di una possibile derivazione diretta dai romani Ludus Duodecim Scriptorum e Alea-Tabula, altri invece soltanto di due, indizio di una possibile importazione in Europa del Nard-Nardshir che gli arabi, come abbiamo visto, avevano appreso dopo aver invaso la Persia. Il cerchio potrebbe anche chiudersi, se teniamo in qualche considerazione la congettura espressa nel capitolo precedente, e cioè che il Nard-Nardshir fosse a sua volta un derivato dell’Alea-Tabula.
In realtà però, comunque sia avvenuta la diffusione dei vari antenati del Backgammon, ciò che conta è che nel Medioevo in Europa si giocava alle Tavole; e questo è un dato certo

Il tratto caratteristico di questa famiglia di giochi è l’essere tanto giochi di abilità quanto di fortuna: è innegabile la componente aleatoria (i dadi), ma è altresì innegabile che il giocatore più bravo vince la maggior parte delle volte.
«…Differentiam inter ludum azari, qui pendet a fortuna, et ludum alearum, sive tabularum, qui mixtus pendet a fortuna et ingenio…» scriveva Johan Valentin Andreä (1587-1654). Forse è questa la ragione per cui in diversi luoghi e periodi i legislatori assunsero atteggiamenti assai contrastanti nei riguardi delle Tavole. E il fatto stesso che i legislatori fossero molto attivi è una testimonianza che nel corso del XII e XIII secolo le Tavole si diffusero in ogni ceto sociale.
La Chiesa prese sempre posizioni contrarie al gioco. Per esempio in Francia, nel 1254, Luigi IX (che divenne poi santo durante il papato di Bonifacio VIII) proibì il gioco delle tavole a tutti i sudditi, mentre in Provenza i tavernieri, che solevano mettere a disposizione dei loro clienti le tavole, erano perseguitati dal clero locale.

Ma, quella delle tavole non fu solo una storia di persecuzioni: non mancarono anche i riconoscimenti. In grande considerazione erano tenuti per esempio i giochi in generale, e Scacchi e “Tablas” in particolare, durante l’illuminato regno di Alfonso X di Castiglia, e questa è una delle più belle pagine di tutta la storia dei giochi. Al Libro de los juegos (1283), il più antico trattato sui giochi in ambito europeo, attribuito allo stesso Alfonso X.
Anche nella Serenissima Repubblica di Venezia le Tavole erano spesso, con gli Scacchi, gli unici giochi permessi. «…salvo quod in platea possint ludere ad tabulas et ad scaccos…» si afferma nella prima legge in proposito del 1268, e molte altre ne seguirono; per esempio nel 1292: «...quod nulla persona audeat ludere et aliquem ludum posterquam ad scaccos et ad tabulam…». Successivamente, nel 1506 la legge consentirà in un certo modo il gioco all’aperto, sotto pubblico controllo, e vieterà quello privato: «…non se possi in alcuna casa, loco over reducto tegnir zuoghi de dadi, tavole, carte ne alcuna sorte zuoghi…», facendo comunque eccezione per gentiluomini e cittadini riuniti in famiglia o, al più, con qualche amico per praticare i «consueti et honesti zuoghi de tavole et de carte et altri zuoghi».
A testimonianza della diffusione del gioco delle Tavole in Italia nei secoli XIII e XIV stanno gli statuti di decine e decine di Comuni che, distinguendoli dai giochi con soli dadi, ne ammettevano la liceità.


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