Molti anni fa scoprii il
backgammon, faceva molto freddo e si
ammalò.
Mi presi cura di lui per un po’, finché non mi
contagiò.
Debilitato, smisi di giocare dedicandomi al giardinaggio estremo e alla
cucina macrobiotica.
Anni dopo, una sera di un qualsiasi ottobre, apparecchiai la tavola per
cenare e invece giocai una partita.
Da quel momento niente fu più come prima: il giardino
divenne sterpaglia e la macrobiotica ricordo.
Tagliai la barba, raccolsi i capelli in una scatola, per non perderli,
e regalai la moto a un figlio dei fiori opportunamente battezzato
Giacinto.
“Questo gioco è una droga pesante!” mi
disse il guru.
“’fanculo te e la dinamica del
sé!” gli risposi
piccato.
Incominciai a frequentare tiratori di dadi, impilatori di pedine e
spacciatori di cubi.
La mia china sporcò tutto il tavolo, prima di iniziare a
scendere; la seguii perché, anche se bruttissima, era
l’unica che avevo.
Quando credetti di aver toccato il fondo, presi un ceffone dalla
brunetta di fianco a me; era talmente forte che il suono
arrivò dopo due minuti. Non era il fondo del gioco.
È fatta, forse non lo so ma pure questo è amore,
mi dissi con le parole di qualcun’altro.
Toccai ancora: il fondo della bottiglia, del caffè, del
pozzo e dello stomaco; della brunetta nulla.
Rimasi solo col vuoto cosmico nel portafoglio e non sapendo come
sbarcare il lunario, lo lasciai a bordo.
Trascuravo il lavoro ma anziché lasciarmi, restò
appiccicato come una patella da scoglio.
“Non ti voglio, lasciami andare, non è questa la
vita che desidero!” pensai.
“Lei ha bisogno di fare qualcosa di socialmente
utile.” mi rispose flemmaticamente lo stato di cui ero
divenuto servo.
Fu così che mi occupai di devianze, meglio quelle altrui che
le mie, pensai erroneamente.
Chiesi a tutti i pazzerelli se erano così perché
avevano giocato a backgammon o perché invece non lo avevano
mai fatto.
Alcuni, in effetti, non lo avevano mai fatto ma capii in ritardo cosa
intendevano.
“Feromoni o ferormoni che dir si voglia, caro mio.
L’istituto ne è pieno.” così
si espresse il primario.
“E indirizzarli nel gioco?” chiesi volonterosamente.
Un disastro. Pedine sgranocchiate, dadi ingeriti e, quel che
è più grave, reingeriti. Non dovevo dire che era
un gioco di culo.
Lasciai il sociale con un sacco di domande. Quando arrivai a casa, non
ne trovai nemmeno una: era bucato.
A quel punto avevo un bagaglio di esperienza che anche andare in
vacanza era un problema.
Cercai di traslocare in una casa più grande ma era occupata
da dieci pedine avversarie e passai il resto del tempo al bar.
Stordito e col fegato ingrossato, feci una delle cose più
insensate della mia vita: mi misi assieme a una cubista.
Furono momenti incredibili allietati però dalla nascita di
due meravigliose creature: Beaver e Prime. Quando lei si rese conto che
esageravo con Beaver mentre smontavo in continuazione Prime, mi
lasciò per un cacciatore di racoon e di otter. Ora vive
felice in un campo rom esterno.
Iniziai un percorso d’individuazione da un’analista
del profondo che raddoppiava continuamente la tariffa. Ero in un loop
senza speranza.
“Dia sfogo alle sue fantasie, le lasci correre.”
disse l’analista.
“Potrei anche finire al fresco.” risposi.
E così fu. Andai in Norvegia con una donnabellisima e carica
di soldi. Era munita di antenna cerca-animali, studiava gli spostamenti
dei procioni e delle lontre. Un destino veramente bizzarro.
Quando scoprì che in realtà seguiva il pickup del
cacciatore, che aveva tutte le prede col radiocollare nel cassone, e
che, oltretutto, era l’amichetto della mia ex,
iniziò a braccarmi armata di un fucile spara dardi
soporiferi.
Mi svegliai alle Lofoten dopo tre giorni di anestesia, circondato da
racoon e da otter che mi salvarono la vita con la loro pelliccia. Non
ne vidi mai più uno.
La polizia, credendomi il cacciatore, mi sbattè dentro: ora
ero veramente al fresco.
Avevo crisi di astinenza dura. Sbraitavo in continuazione
perché odiavo il sole a scacchi. Furono gentili,
modificarono le sbarre e lo ebbi a triangoli.
Rimpatriato su una nave cargo usata per studiare il canto dei cetacei,
ebbi tempo per meditare e consumare un quintale di pesce. Tornai a casa
magro come un’aringa, puzzolente come un merluzzo e
pieno di omega3 come un’acciuga. Ci misi un mese a depurarmi
con bagni di salamoia.
“La sua assenza si è fatta sentire. La sua
presenza poi…” disse lo stato, con acume olfattivo.
“Sono pronto a riprendere il mio posto nella
società.” intelligentemente proposi.
“Cosa sa delle nuove droghe?” chiese malignamente.
“Quel che c’è da sapere.”
risposi in stato fosforico di grazia.
Vuoi vedere che il guru aveva ragione? Mi chiesi sfruttando residui
d’intuizione ittica.
Girai tutto lo stivale e le isole. Imparai dialetti e idiomi di cui non
ricordo quasi nulla a parte immense figure di merda. Giocai a
tamburello, picanas, lancio della toma, tresette, belote, morra,
passatella e boccette. E poi scopa, lippa, canasta, piumazzo, poker,
palla prigioniera, chicelhapiùlungo e ramino. E ancora:
schisceta, muretto, dadi, marianna, biliardo, saltegadoss, roulette,
corse dei cani e rimbalzino. E, ovviamente, backgammon.
“Allora…c’illumini.”
esordì lo stato sornione.
“Si scommette su tutto. Da nord a sud, isole
comprese.” conciso.
“Lasci pure la sua relazione al segretario.” lo
stato lapidario.
“Veramente ci sarebbe un gioco che…”
magari va.
“Grazie per la sua collaborazione.” non va.
Niente panico. La situazione è sotto controllo.
Però sanno. Conoscono la pericolosità del trik e
trak, magari lo temono o forse lo giocano. Ma certo, aveva ragione il
guru.
“Ciao guru, qual è la cura?” faccia
tostissima.
“Il gioco è la cura della malattia che
genera.” ‘azz quante ne sa.
“Grazie…”
“A proposito…”
“

?”
“’fanculo te e la cura.” giustizia
è fatta.
…continua